Uscite
Redazione Musisfera
Uscite

Fudge di Michael Kiwanuka rifiuta di essere solo una storia di ritorno

Fudge arriva dopo l’ictus di Michael Kiwanuka, ma la sua vera forza è musicale: un album più ruvido e libero, da ascoltare oltre la dolorosa storia della sua origine.

Pubblicato
22 ottobre 2026
Lettura
5 min
Categorie
Uscite

Immagine generata con l'IA

Il modo più semplice per fraintendere Fudge di Michael Kiwanuka è ascoltarlo come una storia di convalescenza con una colonna sonora attaccata. L’ictus che ha seguito la sua registrazione conferisce all’album una carica emotiva inevitabile, ma non dovrebbe diventare l’identità completa del disco. La domanda più interessante è se la disavventura di Kiwanuka cambi il modo in cui ascoltiamo la musica, o cambi soltanto il titolo che la accompagna.

Fudge, il quinto album di Kiwanuka, esce il 23 ottobre 2026, dopo che l’artista ha spiegato pubblicamente di aver avuto un ictus emorragico e di essere entrato in un lungo periodo di ricovero e riabilitazione. L’album è stato registrato prima della malattia, in gran parte al di fuori del più imponente apparato produttivo in studio associato ai suoi lavori precedenti, e insieme alle sessioni di Small Changes del 2024. Come riferisce la recensione del Guardian, la sua pubblicazione è stata rimandata a causa della crisi di salute.

Questa coincidenza temporale crea una trappola tanto per chi ascolta quanto per l’industria musicale. Ogni testo sull’incertezza sembra ora profetico; ogni esitazione della voce può essere interpretata come una prova di ciò che è avvenuto in seguito. Ma Fudge non è un documento medico. È un album sulla pressione artistica, sull’istinto e sulla ricerca di una versione meno controllata del sound di Kiwanuka. La malattia conta profondamente. Non dovrebbe però cancellare il lavoro che lo ha preceduto.

La musica rivela più della storia del ritorno

La prova più forte a favore di Fudge si sente nella sua costruzione. Invece di proporre la grandiosità raffinata e accuratamente incorniciata di una pubblicazione soul di prestigio, sceglie un’atmosfera in studio più calda e ruvida: fruscio del nastro, ingressi improvvisi, code prolungate, tastiere vintage, la libertà di una band che suona dal vivo e arrangiamenti che sembrano scoperti più che imposti. Il Guardian descrive “Across the Sky” come un brano che inizia nel mezzo di un accordo, mentre “Just Another Moment” e “Stars” estendono le proprie idee centrali in ripetizioni in continua evoluzione.

Non è una distinzione estetica da poco. Suggerisce un artista che si allontana dall’aspettativa che ogni disco debba suonare come un’affermazione definitiva. Fudge ha archi splendidi e melodie modellate con cura, ma lascia spazio anche all’attrito. In “Love in My Heart”, un lungo outro di pianoforte si ritrae dall’intensità precedente del brano. In “Drowning in Your Heart”, il culmine deformato del violino sembra meno un dramma ornamentale che una frattura emotiva.

A nostro avviso, è qui che l’album conquista la propria indipendenza dalla storia della salute di Kiwanuka. La vulnerabilità del disco non è soltanto biografica. È incorporata nelle scelte: i margini incompiuti, la pazienza con la ripetizione, la disponibilità a lasciare una canzone leggermente irrisolta. Sono decisioni che rendono Fudge coinvolgente anche se chi ascolta non sa nulla delle circostanze che hanno rimandato la pubblicazione.

L’ictus cambia il significato, non l’origine

Naturalmente, dopo la rivelazione di Kiwanuka è impossibile ascoltare certi momenti con innocenza. Il ritornello arioso di “Sing”—“We’re nowhere if we never sing”—suona diversamente quando sappiamo che il cantante ha dovuto rieducare le corde vocali colpite dal danno cerebrale, come osserva NME nella sua recensione. Anche “California”, con la sua richiesta di essere riportato a casa, acquista una dolorosa immagine residua. Questi legami sono reali, ma sono retrospettivi.

La distinzione è importante. Definire l’album una profezia trasformerebbe la precedente incertezza creativa di Kiwanuka in una rassicurante storia del destino. Gli elementi disponibili indicano qualcosa di più disordinato: Fudge è stato realizzato come risposta più libera e giocosa alle sessioni diventate Small Changes. Non è stato creato dopo l’ictus e non è stato scritto per spiegare la convalescenza. Ora le sue canzoni portano conseguenze che il loro autore non avrebbe potuto prevedere.

È anche qui che il linguaggio della resilienza può diventare troppo comodo. “Resilienza” è una descrizione utile per chi sopravvive a un evento devastante, ma come categoria artistica spesso chiede troppo poco al pubblico. Ci incoraggia ad ammirare la persona per il suo ritorno invece di chiederci che cosa stia facendo la musica. Kiwanuka merita comprensione e pazienza, ma merita anche giudizi basati sull’album in sé. Qualsiasi cosa di meno rischia di trasformarlo in un simbolo invece di trattarlo come un artista al lavoro.

Fudge suona come una rottura con le certezze professionali

Il tema più convincente dell’album non è la convalescenza, ma l’indipendenza. Fudge è stato registrato con i collaboratori dal vivo di Kiwanuka, tra cui Joe Connell, e in seguito arricchito dai contributi di Dom Monks e della collaboratrice per gli archi Rosie Danvers. È stato realizzato in un contesto più raccolto a Southampton, lontano dal gruppo di produzione più ampio legato a Small Changes. Les Inrockuptibles descrivono il risultato come un album più spoglio, la cui leggerezza è legata alla libertà.

Quella libertà non equivale alla semplicità. “California” è maestosa e malinconica; “Love in My Heart” si amplia in chitarre psichedeliche e synth ariosi; “You Sent Me Flying” punta su un canto melodico d’altri tempi. Il disco può essere ricco senza sembrare eccessivamente costruito. I suoi momenti migliori danno l’impressione di un artista che riscopre quanta atmosfera possa sostenere una canzone prima che l’arrangiamento inizi a spiegarla.

Il confronto con Small Changes è utile, ma non perché un album debba necessariamente sconfiggere l’altro. Mostra che il catalogo di Kiwanuka contiene istinti contrapposti: il desiderio di una cura formale e quello di seguire una band verso una svolta inattesa. Fudge vince quando si fida del secondo istinto. Le sue imperfezioni sembrano meno difetti che la prova che alle canzoni è stato permesso di respirare.

L’industria dovrebbe smettere di fare della malattia lo strumento più rumoroso

La rivelazione pubblica di Kiwanuka era necessaria per spiegare la sua assenza e il rinvio dell’album. Eppure la logica promozionale che circonda la malattia di qualunque artista può diventare rapidamente predatoria. La storia offre una cornice emotiva immediata, una narrazione già pronta di avversità e ritorno. Il rischio è che gli ascoltatori vengano addestrati a consumare la diagnosi prima ancora di incontrare l’arte.

Una risposta migliore consisterebbe nel tenere insieme due idee. La convalescenza di Kiwanuka merita riservatezza, tempo e un’attenzione umana. Fudge merita di essere giudicato come un disco con una forma, piaceri e limiti propri. La prima non annulla la seconda.

Il verdetto è chiaro: vale la pena ascoltare Fudge non perché sia un coraggioso reperto di sofferenza, ma perché la sua musica più ruvida e libera sta in piedi da sola. L’ictus rende l’album più toccante; non lo rende più prezioso. Ascolta prima le scelte e poi la tragedia, e il disco diventa ciò che il lavoro migliore di Kiwanuka ha sempre promesso: un luogo in cui la fragilità fa parte del suono, senza sostituirlo.

Argomenti di discussione

Ancora nessun argomento: apri il primo.

Altri articoli