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Carousel di Mark Isham: il ritorno di un maestro del jazz alla sua espressione più libera

Dopo 15 anni di pausa dal lavoro solista, il nuovo album di Mark Isham, 'At The Carousel Club', ci porta a riflettere sul delicato equilibrio tra iniziative commerciali e la ricerca personale di un artista della propria identità musicale.

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19 ottobre 2026
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Quindici anni sono troppi per attendere la dichiarazione personale di un artista? Per il veterano trombettista e compositore Mark Isham, la risposta sembra essere un sonoro 'no', dato che il suo nuovo album, 'At The Carousel Club', arriva finalmente dopo una prolungata assenza da pubblicazioni non legate a colonne sonore. Questo momento cruciale ci costringe a esaminare l'intricata danza tra gli impegni commerciali di un artista e il suo incondizionato bisogno di auto-espressione.

Nato a New York nel 1951, Isham ha coltivato una carriera multiforme, navigando con destrezza tra improvvisazione jazz, trame elettroniche e composizione orchestrale. Sebbene i suoi primi anni lo abbiano visto collaborare con luminari come Van Morrison, Joni Mitchell e Pharoah Sanders, Isham è diventato principalmente famoso per il suo prolifico e acclamato lavoro nelle colonne sonore di film e televisione, contribuendo a una carriera di primo piano in quel campo Musica Jazz.

Ora, con 'At The Carousel Club', pubblicato il 21 agosto 2026, Isham presenta il suo primo album solista dopo quindici anni, un progetto descritto come un intreccio di improvvisazione jazz, sintetizzatori analogici e atmosfere cinematografiche Musica Jazz. Questa pubblicazione non è semplicemente una raccolta di nuove tracce; è, a nostro avviso, un significativo ritorno al suo nucleo artistico, completo di apparizioni di ospiti come il chitarrista Nels Cline e il batterista Vinnie Colaiuta, che segnalano un nuovo impegno con la libertà artistica di cui lui stesso dichiara di aver sentito la mancanza, desideroso di esplorare la sua identità di artista discografico, libero dai vincoli del lavoro cinematografico.

Il fascino delle colonne sonore e la sfida dei dischi

La prolungata pausa dagli album solisti era, secondo le parole di Isham, radicata nell'evoluzione economica dell'industria musicale. Ammette candidamente che per molti anni ha trovato sempre più difficile guadagnarsi da vivere con i dischi/incisioni. Il panorama del business discografico è diventato un puzzle complesso, e fare tournée per quaranta settimane all'anno, una necessità per molti artisti discografici, non era un'opzione praticabile quando preferiva essere a casa a scrivere colonne sonore Musica Jazz. Questa realtà finanziaria evidenzia un dilemma comune per gli artisti affermati: bilanciare il lavoro stabile, spesso lucrativo, della composizione cinematografica con il mondo spesso imprevedibile ed esigente delle pubblicazioni soliste. La sua decisione di dire infine "al diavolo, lo farò e basta" e auto-pubblicare l'album per comprendere il nuovo modello di business, riflette un coraggioso abbraccio dei cambiamenti del settore, piuttosto che una ritirata.

Imparare dalle icone: l'arte della costante reinvenzione

Il percorso musicale di Isham è stato arricchito da collaborazioni con alcune delle figure più iconiche della musica, esperienze che lui paragona all'andare a scuola. Il suo tempo con artisti come Joni Mitchell e Van Morrison gli ha offerto profonde lezioni di libertà creativa. Sottolinea la straordinaria capacità di Mitchell di inventare costantemente nuove melodie jazz per le sue canzoni, spesso superando le originali, e loda la simile disinvoltura di Morrison nella creatività, sempre disposto a fare qualcosa di nuovo. Questi incontri con maestri che sono "così a loro agio nella loro creatività da essere disposti a fare qualcosa di nuovo ogni volta che aprono bocca" hanno chiaramente lasciato un segno indelebile, influenzando il suo approccio espansivo alla composizione e all'improvvisazione. Questo apprendimento costante, egli implica, è una fonte di rinnovamento che trascende le pressioni commerciali.

Genere: una bussola o una gabbia?

La discografia eterogenea di Mark Isham, spesso etichettata come atmosferica, ambient, elettronica, jazz contemporaneo o new age, solleva l'eterna questione della classificazione di genere Musica Jazz. Riconosce la duplice natura di queste etichette, ricordando una conversazione con il collega compositore Atli Örvarsson in cui la difficoltà di descrivere la musica veniva paragonata all'uso della danza per descrivere l'architettura. Eppure, crede che i generi aiutino in definitiva le persone a scoprire la musica, in particolare nell'era moderna dello streaming con la sua miriade di sottogeneri. In passato, guidavano gli ascoltatori attraverso i corridoi dei negozi di dischi; oggi, svolgono una funzione simile online. Pur concedendo che le etichette a volte possano limitare i potenziali ascoltatori che potrebbero scartare un genere prematuramente, egli le considera in ultima analisi una forza positiva per la navigazione nel vasto oceano della musica. A nostro avviso, l'ultimo lavoro di Isham, mescolando intenzionalmente improvvisazione jazz, sintetizzatori analogici e trame cinematografiche, abbraccia e trascende queste stesse classificazioni.

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