The Sea Has No Mercy di Bernie Taupin: il rischio è il punto
A 76 anni l’uomo dietro le parole di Elton John pubblica il primo album solista in quasi 40 anni, una scommessa: un paroliere può reggersi senza un partner famoso?
Foto: UKinUSA from Washington, D.C., USA / Wikimedia Commons (CC BY-SA 2.0)
Cosa succede quando chi ha scritto le parole che tutti conoscono deve difenderle da solo? Oggi lo scopriamo, perché Bernie Taupin pubblica The Sea Has No Mercy, e la cosa più interessante è quanto poco questo disco avesse bisogno di esistere.
I fatti sono semplici. Come riporta Stereogum, è il primo album solista di Taupin in 39 anni, dopo Taupin del 1971, He Who Rides The Tiger del 1980 e Tribe del 1987. È stato registrato a Nashville con il produttore Frank Liddell e un trio di musicisti di studio noto come Tennessee Stone Cutters. Brandi Carlile, Lee Ann Womack e la figlia di Taupin, Georgey, compaiono come ospiti. È anche il primo disco che ha scritto interamente da solo.
Questo ultimo dettaglio conta, e ci torneremo.
Un paroliere senza il suo partner è esposto
La reputazione di Taupin poggia su una divisione dei compiti. Lui scrive i testi, ed Elton John li trasforma in canzoni che si cantano negli stadi. Questo accordo è uno scudo eccellente. Se un testo è un po’ barocco, la melodia lo perdona. Se un verso è semplice, una grande voce lo fa sembrare inevitabile.
Togli tutto questo e le parole restano da sole. Secondo quanto ha raccontato a Rolling Stone, i suoi precedenti tentativi da solista furono frutto delle circostanze: il debutto del 1971 nacque in parte dalle pressioni di Dick James, e Tribe fu un «tentativo di rock pop di fare un disco commerciale». Ammette con una sincerità disarmante che nessuno dei tre andò granché in radio. Quindi non è un giro d’onore né un salvataggio di catalogo. È la prima volta che non ha nessuno dietro cui nascondersi.
Pensiamo che sia questa la vera storia. Molte leggende pubblicano dischi a fine carriera perché la macchina lo richiede. Taupin non ha più nulla da dimostrare secondo i criteri dell’industria. Fare un album adesso, con il suo solo nome su ogni riga, è un’esposizione pura del mestiere.
Nashville è il posto giusto per esporsi
La scelta dell’ambientazione è intelligente. Country e Americana sono tradizioni in cui il testo è l’evento principale e una grana ruvida vale come credibilità, non come difetto. Stereogum descrive la title track come «scoscesa e dal cuore pesante», e l’elenco degli ospiti, con Carlile e Womack, indica un mondo che premia il racconto più della lucidatura. Il New York Times descrive il tono complessivo come solenne, con una produzione che ricorda la foschia del lavoro di Daniel Lanois.
Si accorda con ciò che Taupin ha sempre saputo fare: paesaggi, personaggi, clima, piccole tragedie. Un autore di 76 anni che guarda ai propri rimpianti è più adatto a questo materiale di un ragazzo che lo recita. La sua frase è difficile da contestare: «Non avrei potuto fare questo album da giovane».
Sarà levigato? A giudicare da quell’aggettivo, «scosceso», probabilmente no, e secondo noi va bene così. Nessuno vuole un disco di fine vita patinato. La domanda è se le canzoni si meritino quella ruvidezza.
L’idea della «trilogia» è furba e un po’ autoprotettiva
Taupin ha presentato l’album come l’ultimo capitolo di una trilogia creativa con le sue memorie del 2023, Scattershot, e un documentario ancora in lavorazione. Come riporta Jam Bands, i tre progetti dovrebbero essere collegati. È un modo scaltro di presentare un disco rischioso. Dà all’album un contesto e una ragione d’essere che va oltre «famoso paroliere fa un disco solista».
A nostro avviso comporta anche un piccolo pericolo. Quando un album viene presentato come un «manifesto di fine vita», invita alla reverenza prima che qualcuno abbia ascoltato una nota. Il rischio è che gli ascoltatori lo trattino come il documento di una vita e non come dieci canzoni che devono funzionare da sole. Dieci brani sono una durata snella e disciplinata, e questo aiuta, ma disciplina non significa sorpresa.
Il nostro verdetto
Non avvicinarti a questo disco pensando «il paroliere di Elton fa un progetto parallelo». Quell’impostazione lo sminuisce e propone la prova sbagliata. Lo stesso Taupin separa le due cose, dicendo a Rolling Stone che questo è il disco più appagante del proprio repertorio, «non con la cosa di Elton».
Se ami i suoi testi, ascoltalo con le parole in primo piano, meglio dall’inizio alla fine, e considera la title track la chiave del resto. Se cerchi il respiro dei vecchi successi, resterai deluso, ed è proprio questo il punto. Se le canzoni colpiscano fino in fondo, lo lasciamo alle recensioni e alle tue orecchie. Ma un uomo di 76 anni che sceglie l’esposizione al posto della comodità merita di essere ascoltato, e il rischio è esattamente ciò che rende tutto interessante.
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