Eurovision, la proroga alla Spagna rivela che servono i grandi mercati
Concedere a RTVE tempo fino a dicembre dice che l'Eurovision ha bisogno dei grandi mercati più di quanto ammetta, e le emittenti dovrebbero smettere di usare la partecipazione come leva.
Foto: Sims2aholic8 / Wikimedia Commons (CC BY 4.0)
Trentasei Paesi suona come un trionfo. Perché allora la riga più interessante del comunicato dell'Unione europea di radiodiffusione riguarda un Paese che non è nell'elenco?
L'EBU ha confermato mercoledì che 36 emittenti invieranno i propri artisti a Burgas, in Bulgaria, per la 71ª edizione, con le semifinali l'11 e il 13 maggio e la finale il 15 maggio 2027, come riporta 20minutos. Nello stesso comunicato ha spiegato che RTVE (Spagna) e RTVSLO (Slovenia) non hanno ancora deciso e che, vista la complessità della questione, entrambe hanno tempo fino a dicembre per confermare.
Nel frattempo Irlanda e Paesi Bassi hanno confermato che restano fuori. Il caso olandese è il più confuso: la NPO ha fatto un passo indietro dopo aver prima segnalato un ritorno, dicendo che mancava un sostegno sufficiente. Nemmeno l'Islanda è nell'elenco, anche se una delibera del consiglio di amministrazione di restare fuori non è stata resa ufficiale.
Una scadenza che si prolunga non è una scadenza
Gli organizzatori di solito non spostano il calendario per un Paese che considerano opzionale. Allungare i tempi per la Spagna, e per la Slovenia, ci sembra un'ammissione tacita: questo concorso vuole la Spagna di nuovo con sé e preferisce aspettare piuttosto che annunciare un cast senza di lei. È comprensibile. La Spagna è uno dei grandi mercati, e un cast senza di lei appare più magro.
Ma c'è un costo. Ogni proroga dice alle altre emittenti che la data è elastica e che l'esitazione viene premiata con attenzione. Un concorso che si presenta come il più grande evento di musica dal vivo al mondo non dovrebbe trattare il proprio cast in pubblico.
La partecipazione non è una merce di scambio
Qui ci separiamo dalla lettura cinica. Il boicottaggio per la presenza di Israele non è una strategia di prezzo; per RTVE è stata una decisione politica, e la lettera di circa 400 lavoratori dei media pubblici olandesi mostra quanto sia profonda la convinzione. Nessuno dovrebbe ridurla a una mossa negoziale.
Il nostro punto è più circoscritto. Qualunque cosa decida un'emittente, la decisione andrebbe presa una volta, per principio, e non lasciata come una minaccia aperta che tiene tutti con il fiato sospeso fino all'ultimo mese. I tentennamenti della stessa RTVE, con un dibattito del consiglio rinviato a settembre e una proposta di mantenere il ritiro, hanno fatto apparire la posizione della Spagna come una carta sempre sul tavolo. Non serve né al pubblico né agli artisti, che non possono preparare una selezione nazionale attorno a un forse.
E l'EBU ha la sua parte di colpa. Se la partecipazione si può riconquistare con più tempo o con ritocchi alle regole, le emittenti continueranno a usarla come leva. È una risposta razionale agli incentivi che essa stessa ha creato.
Quanto costano davvero le sedie vuote
Martin Green, il direttore del concorso, ha difeso la manifestazione come importante in un mondo diviso. Gli crediamo, ed è proprio per questo che le assenze fanno male: l'argomento a favore di un palco condiviso si indebolisce ogni volta che un membro fondatore, come i Paesi Bassi, resta fuori. Contare i Paesi è una difesa debole quando alcuni dei nomi più grandi sono quelli che vacillano.
Il nostro verdetto: la Spagna dovrebbe rispondere ben prima della fine di dicembre e spiegare perché, in qualunque direzione vada. L'EBU dovrebbe smettere di fare eccezioni e dire chiaramente cosa farà se i grandi mercati restano lontani. La chiarezza farebbe meno male di un altro mese di suspense, e il concorso, qualunque sia il conteggio finale, ne uscirebbe più solido.
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